Placido Imperiale

Busto di Placido Imperiale
Busto di Placido Imperiale

Ordinò quindi di costruire, in un luogo salubre, una grande masseria per uso di abitazione e per riparare e conservare le derrate ricavate dalla semina. Prescelse per questo scopo una vasta e ridente collina, posta a circa due miglia a sud di Lesina e situata a 73 metri sopra il livello del mare, circondata da folti boschi. Qui fece costruire, si suppone, verso l’anno 1754, alcune capanne coperte di paglia e tavole ad uso di abitazione dei coloni e per ricovero degli animali.

In un documento che esiste nell’Archivio Diocesano di Lucera, il Vescovo Giuseppe Maria Foschi, dopo una visita pastorale, così scrive: “avendo Noi l’onore e la sorte di fare la prima S. Visita in questo nascente Paese, ed in questa nuova Chiesa di S. Placido M., abbiamo stimato per futura memoria brevemente accennare l’origine, e la costruzione del Paese, e della Chiesa, e la venuta qui delle famiglie Italiane et Albanesi; accadendo sovente, che le notizie in alcuni tempi trascurate, siano poi in altri tempi avidamente ricercati”. La lettura del documento continua: “… elesse una boscosa collina della parte di mezzogiorno, volgarmente chiamata Coppa di Montorio circa miglia due distante da Lesina, e quattro d’Apricena; ed avendola prima ridotta a coltura, ed indi edificate piccole case, ma con buona situazione e semetria, nel mese di Maggio poi dell’anno 1759, ad esempio de’ fondatori dell’antiche città, v’invitò chiunque volesse venirci ad abitare, promettendo loro abitazione franca per tre anni, ed allora cominciò a chiamarsi Poggio Imperiale…”

Per quale motivo Placido Imperiale fece costruire capanne in quel luogo? Prima di tutto per tenere lontano i suoi dipendenti dalla malaria che c’era in Lesina e, poi, per riparare dalle intemperie atmosferiche uomini ed animali. Alcuni lavoratori erano sicuramente famigli del Principe, altri invece erano giunti dalle zone vicine per disboscare e rendere fertili quei terreni.

Con questo sistema ebbe inizio il primo esperimento di riforma fondiaria, che successivamente sarà completato a cura e spese della regia corte.

Il principe Imperiale subito dopo fece costruire una palazzina per abitazione del suo amministratore Rocco Capozzi.

Nello stesso anno il principe visitò il nuovo feudo e soprattutto la fattoria. I coloni, che qui prestavano la loro opera, trasferitisi dalle altre terre del gran possedimento di Placido Imperiale, si prodigavano alla coltivazione di quei fertili terreni.

La fattoria, da poco fondata, progrediva a vista, circondata dalla ridente sua pastura, incantata dalla bellezza del luogo.

Era diventata la zona favorita di Placido Imperiale, che, dalla collinetta sulla quale era sorta (Poggio) e dal suo nobile casato (Imperiale), è diventata POGGIO IMPERIALE.

La Piazza e via Lesina
La Piazza e via Lesina

La posizione geografica di questa masseria è a 41°50’ di latitudine e 13°2’45” di longitudine dal meridiano di Roma. Anticamente era circondata da folti ed estesi boschi. Alberi secolari si vedevano fino ad un secolo fa nell’interno dell’abitato, dove c’erano grandi alberi di gelso e di querce.
Oltre all’esenzione dell’imposta focatica, Placido Imperiale, alle famiglie che vennero a popolare la sua nuova terra nell’anno 1761, concesse tanti altri benefici e privilegi, come è dimostrato nel documento dello stesso anno: “… Detto eccellentissimo Sig. Principe si è compiaciuto benignamente concederli un luogo nel territorio di Lesina e propriamente detto Poggio Imperiale in provincia di Capitanata…”. Dalla lettura del documento si evidenzia che nel 1761 Poggio Imperiale esisteva già come nucleo abitato ed in quel luogo Placido Imperiale alloggiò le famiglie albanesi. Facciamo un passo indietro nella storia e vediamo come giunsero a Poggio Imperiale queste famiglie. (Cfr. OSSERVATORE ROMANO, Le lontani origini dei centri albanesi nell’antico Stato Pontificio, Anno CXLVI, n. 100 (44.242), sabato 29 aprile 2006 di GIOVANNI ARMILLOTTA). L’unica emigrazione albanese nei confini politici del Papa non ebbe un’eco appropriata sino a quando lo studioso M. Puccini ne “La Lettura“, rivista mensile del Corriere della sera, aprile 1915, non svelò al paese l’esistenza di questo piccolo ma omogeneo insediamento: Paesi Albanesi nel Lazio. Trascorse un lungo periodo di tempo e Gianni Ribeca, in una tesi di laurea del 1948, rinvenuta nel 2005 dalle continue ricerche di Italo Sarro, trattò l’argomento. La questione fu nuovamente affrontata da Luigi Fioriti, che risollevò il problema in Zjarri: La comunità albanese di Pianiano (1975, nnn. 1 e 2) e Un’emigrazione albanese nella Tuscia (1989, n. 33). Furono pubblicati, inoltre, da Elettra Angelucci, Gli Albanesi a Pianiano in Biblioteca e Società, VII/1985 e VIII/1986 e il recentissimo Pianiano – Un insediamento albanese nello Stato Pontificio del citato prof. Sarro (Viterbo, 2004).

Nel 1753 un mercante albanese, Antonio Remani, approdava a Senigallia nelle Marche, allora città dello Stato Pontificio, dove si svolgeva la Fiera della Maddalena. Il Remani vi giungeva ogni anno con lettere commendatizie per le autorità papali dell’Arcivescovo di Bar (Antivari) e del Vescovo di Shkoder (Scutari). Quella volta recò con sé, oltre le commendatizie, un gran numero di missive albanesi che volevano abbandonare le loro caser per le persecuzioni degli ottomani: essi invocavano aiuto e protezione da Papa Benedetto XIV (1740 – 1758), ottenendoli.

Tornato in Albania, Remani radunò in consiglio gli albanesi che erano più in difficoltà e, trovato l’imbarco per trentanove famiglie scutarine e 218 persone, salparono alla volta delle coste italiane. Il viaggio, iniziato nel 1756, durò trentatré giorni fra soste e maltempo, fin quando non arrivarono ad Ancona. Corrado Ferretti, incaricato pontificio nel capoluogo marchigiano, dette disposizioni al Gonfaloneie, marchese Trionfi, di offrire ricovero e vitto ai profughi. A Remani il Papa assegnò otto scudi al mese e il fratello sacerdote, Stefano, che si trovava in Roma in Propaganda fide, fu eletto direttore spirituale della comunità con un sussidio di nove scudi al mese. Questi assegni dopo un po’ furono tolti, lasciando Remani e tutta la famiglia in povertà. Ferretti si impietosì e si rivolse al Cardinale Giovanni Francesco Banchieri, Tesoriere Generale della Reverenda Camera Apostolica (RCA), con lettera del 14 ottobre 1757, pregandolo di aiutare in qualche modo la famiglia Remani e tutte le altre. Il Banchieri ottenne dalla RCA l’investitura o enfiteusi perpetua di alcune estensioni di terreno incolte situate nell’estinto borgo di Pianiano dell’antico Stato di Castro (Cfr. PUCCINI, in Atti del notaio Boncompagni, datato 29 novembre 1757). Nella donazione si legge che furono assegnati ai profughi albanesi “quaranta capi di bestiame, nonché ferramenti e ordegni necessari per sboscare, sterpare e ridurre a stato di coltura i terreni”. Il 28 novembre 1760, a causa delle insalubri condizioni della zona, che aveva mietuto già settantasei vittime, gli schipetari, che in un primo momento avevano deciso di ritornare nella loro patria, non tornarono in Albania, ma con il permesso di Papa Clemente XIII (1758 – 1759), emigrarono verso la Capitanata nel Regno di Napoli, e, con altri italiani e stranieri si stanziarono a Poggio Imperiale, come documentano le carte dell’allora Vescovo di Lucera, Mons. Giuseppe Maria Foschi. Il 5 febbraio 1753 si era stipulato lo strumento tra il ceto dei creditori della Santa Casa AGP e don Placido Imperiale, uno dei creditori. Questo atto ebbe il reale assenso solo il 3 aprile 1753. Il feudo di Lesina , con tutti i diritti ed obblighi che l’Annunziata aveva sul feudo e sulla città, fu consegnato al patrizio genovese don Placido Imperiale. Questi tenne il feudo fino alla fine del XVIII secolo. Poi fu ereditato dal suo primogenito Giulio, che fu l’ultimo feudatario di Lesina. Placido Imperiale aveva promesso molti benefici e privilegi a chiunque volesse stabilirsi in questa nuova terra. I privilegi si possono riassumere nei seguenti: – Ricovero ed alloggi gratuiti, – una quantità di grano per il vitto e per la semina, – un’estensione di terreni per la semina, per ortaggi e vigne senza pagamento, – diversi animali per i lavori campestri e per l’industria, – diritto di legnare e di pascolo nelle terre del principe, – un medico ed un cappellano, – diritto di portare armi ed immunità ed altri ancora.

Il Villaggio di Poggio Imperiale
Ricavato da un documento del 1822

Il Villaggio di Poggio Imperiale, detto allora “Terranova”, perché così lo chiamavano i contadini, agli effetti amministrativi faceva parte della comunità di Lesina. Lo chiamavano Terranova, perché nella parlara fiorentina “Terra” non significa la campagna, ma il centro abitato. Nel Meridione, invece, per “Terra” si intendeva una Colonia agricola, una masseria… L’aggetivo “Nova” voleva indicare il nuovo villaggio fondato dal principe Placido Imperiale. Ecco perché Terranova, il Nuovo Paese, e i suoi abitanti, di conseguenza, si chiamarono terranovesi (I tarnuise). A seguito delle leggi eversive dei demani, trovandosi in grado di sostenere le spese, venne eretto a comune autonomo. Il 18 gennaio del 1816 Poggio Imperiale ebbe il suo primo decurionato: Giuseppe De Cicco Sindaco, Francesco Braccia 1° eletto, Francesco Morrone 2° eletto, Giovan Camillo Focarete Cassiere, Pasquale Petrone cancelliere..

Il nuovo Municipio incominciò a funzionare il 1° aprile 1816. I designati, dopo aver assunto le rispettive cariche, fecero diventare operante il nuovo stato civile.

Municipio 900

Il Municipio oggi
Il Municipio oggi

Antonietta Zangardi  aggiunge un nuovo tassello agli studi fatti su Poggio Imperiale, basati su documenti, con la pubblicazione: Poggio Imperiale anno 1759, Nuovi documenti sulla origine e sulla fondazione. Poggio Imperiale 2012.

Si apprezzano in questo lavoro due cose fondamentali: la cronologia delle date ed il contesto storico nel quale è stata inserita la fondazione di Poggio Imperiale.

La storia di Poggio Imperiale ha ora un volto nuovo.

Ecco alcuni passi importanti che fanno capire questo lavoro.

Ferdinando Galiani, fin dalla metà del secolo XVIII, impostava i termini della polemica dottrinaria e politica che si sarebbe sviluppata nel Tavoliere.

Io conto, scrive, tra le molte cause di danno il sistema della Dogana di Foggia; sistema che al volgo sembra sacro e prezioso, perché rende quattrocentomila ducati al Re; al saggio sembra assurdo appunto perché vede raccogliersi solo quattrocento mila ducati da un’estensione di suolo che ne potrebbe dare due milioni; abitarsi da centomila persone una provincia che ne potrebbe alimentare, e far ricchi e felici trecentomila, preferirsi le terre inculte alle culte; l’alimento delle bestie a quello dell’uomo; la vita errante alla fissa; le pagliaie alle case; le ingiurie delle stagioni al coperto delle stalle, e tenersi infine un genere d’industria campestre che non ha esempio d’altro somigliante nella culta Europa, ne ha solo nella deserta Affrica e nella barbara Tartaria”.

Placido Imperiale, educato alla corte degli illuministi del regno di Napoli, fu tra i primi a sposare le idee del Galiani e si interessò moltissimo all’acquisto del feudo di Lesina, per attuare questi principi riformatori. La famiglia Imperiali aveva già ottenuto brillanti risultati agricoli nell’estremo opposto della Puglia, nel suo principato di Francavilla. In questo contesto, si inserisce anche la costruzione della grande Masseria agricola, voluta da Placido Imperiale.

Luigi Targioni, nei suoi saggi fisici, politici ed economici, Napoli 1786, p. 154 e ss., riporta un’interessante notizia sul principe di S. Angelo dei Lombardi, affermando che ha compiuto grandi lavori di bonifica a Lesina.

Fissatasi il  savio Patrizio, sagace ed industre la bella idea di far comparire i suoi feudi all’occhio dei riguardanti per lo spettacolo aggradevole, e adorni di poderi urbani e rustici insieme; egli ha fatto edificare infinite case, e casamenti nei luoghi opportuni; altre per comodo di coloni e contadini; altre per uso di bestiame; e così accrescere e perpetuare insieme l’aumento dei suoi specifici fondi… E benché non abbia , se non un lustro solo, (si riferisce a Poggio Imperiale), pur nondimeno contansi da seicento abitanti, tutti forniti di comode abitazioni, fattegli dallo stesso Principe, con decorosa chiesa parrocchiale, e decente Palazzo Baronale…”.

Non può mancare qualche citazione d’obbligo, tratta dai documenti che ha pubblicato la Zangardi, per poter meglio capire lo scritto della pubblicazione.

1751 – Acquisto del feudo di Lesina.

1753 – Assenso del re di Napoli.

Dopo tale data, nei documenti inseriti nel libro, s’incomincia a parlare di Masseria.

Dal 15 ottobre 1754 i desideri di Placido Imperiale si avviano lentamente a realizzarsi. Egli, infatti, dà in affitto 20 versure nella mezzana della Valle di San Severo, sita in tenimento della città di Lesina, per il disboscamento e la relativa coltivazione. Ed ecco come il desiderio di Placido Imperiale si concretizza sempre di più.

11 marzo 1755 concede a Simone di Vanno di San Severo nel quadrone denominato Tre Valle, sempre nella mezzana detta della Valle di San Severo, altre 10 versure da ridurre  da macchioso a cultura di campo.

Anno 1757 – atto n. 1 (qui riporto in parte il documento pubblicato dalla Zangardi).

“… Li succitati mastri pozzari per effetto di convenzione avuta con il suddetto sig. Agente per causa della quale, allo stesso modo qui presente han promesso, con fede, ciascuno d’essi medesimi promette e si obbliga fare un pozzo per uso di abbeverare l’animali bovini, addetti alla grossa messeria di Campo, che fa detta ecc. ma casa n’ j territorij della città di Lesina, e propriamente nella Mezzana detta della valle di San Severo…”. (La Mezzana della valle di San Severo è proprio quella parte di territorio del feudo di Lesina, dove poi è stata fondata Poggio Imperiale).

Non starò qui a citare tutti i documenti inseriti nel suo libro, perché toglierei il gusto ai lettori di approfondire i contenuti e fare le proprie deduzioni.

La Masseria di Campo esisteva già prima del 1759 e i documenti citati lo confermano. Nel 1759, documento n. 28, si legge di un contratto per la costruzione delle trenta caselle e della chiesa. Significa tutto questo che le persone che lavoravano nella masseria del Principe erano aumentate e c’era bisogno di nuove costruzioni per poterle ospitare.Tutto questo conferma l’esistenza della Masseria di Campo già prima del 1759, ingrandita poi con il passar degli anni e con l’aumento  della popolazione che lavorava i terreni.

Nel 1759 appare per la prima volta, al posto di Masseria di Campo il nome nella nuova Terra di poggio Imperiali. La i o la e finale non ha tanta importanza, perché è riferita sempre allo stesso cognome. Infatti noi troveremo Placido Imperiali oppure Placido Imperiale.

Ai lettori il gusto di apprezzare questo lavoro. (Alfonso Chiaromonte)